GLI ALBERI DEL CORALLO

LE ERITRINE, MONUMENTI VEGETALI

di Fabio Pace

Gli alberi di eritrine di Trapani sono monumenti vegetali ed hanno più di 130 anni. Trentotto di esse, divise in tre gruppi, in viale duca D’Aosta, in via Calvino e in piazza Vittorio Veneto, sono state ufficialmente inserite nell’elenco degli Alberi Monumentali d’Italia e sono state poste sotto vincolo di tutela. Queste particolari piante (Erythrina caffra), giungono dal Sud Africa, anche se in specie diverse sono diffuse anche nelle Indie occidentali, in Brasile e Australia. In Italia sono presenti, ancor oggi, residuo degli interventi di abbellimenti urbani, anche a Genova e a Palermo, tutte città di mare, aperte ai traffici e ai legami commerciali e “coloniali” con le terre d’oltremare. Il viaggiatore francese Eliseo Reclus così le descrisse nel 1865 a Palermo: «Le Erytrine o alberi del corallo, che coi loro fiori rosseggianti abbelliscono la Marina, hanno i tronchi orribilmente tortuosi e i rami contorti». Le eritrine furono utilizzate per le passeggiate e piazze trapanesi a partire dalle alberature realizzate nel 1882. Le eritrine nel caratterizzare il paesaggio urbano tracciano un segno: le linee di demarcazione tra la Trapani moderna, post-unitaria che si sviluppa a partire dagli interventi di pianificazione urbanistica del 1870 ad opera di Giovanbattista Talotti, e la Trapani  medievale, racchiusa dentro le sue mura fino all’unità d’Italia. La scelta di questa pianta, detta anche albero del corallo per i suoi fiori (Erythrina viene da un termine greco che significa rosso), non è casuale. L’alberata di viale Duca d’Aosta, in duplice filare, è parallela alla via Corallai (così denominata in memoria della comunità di pescatori che operava nel canale di Sicilia alla ricerca dei preziosi rami di corallo) e segnava il limes, il confine della città sul versante sud-occidentale che si affacciava sul mare creando anche la suggestiva relazione tra terra e acqua. Dalla parte opposta le eritrine di via Calvino segnavano il confine della città che aveva cercato sviluppo fuori dalle mura, affondando radici nelle terre delle Menigi, sorgente naturale e fonte idrica della città. Dopo le Menigi iniziava la cosiddetta palude Cepea, che sarà bonificata nei decenni successivi, e la zona delle “senie” cioè gli orti della città (donde, nomen omen, la via Orti). Anche qui la relazione tra terra, acqua ed eritrine è forte. Infine c’è il gruppo di eritrine di Piazza Vittorio Veneto, baricentrico rispetto a quelle di viale Duca d’Aosta e via Calvino a significare insieme una centralità e un altro confine. A piazza Vittorio Veneto finiva la città antica e iniziava quella nuova, si raccordano la via Garibaldi (la seicentesca e spagnoleggiante Rua Nova) e la via Giovanbattista Fardella, segno di modernità e insediamento civile della borghesia urbana post-unitaria. L’ulteriore elemento di collegamento e fruizione degli spazi pubblici sono i limitrofi giardini di Villa Margherita, anch’essi di impianto tardo ottocentesco e ricchi di flora esotica. Una passeggiata tra le eritrine, guardare le loro imponenti chiome, percorrerne con lo sguardo le nodosità dei tronchi, la nobiltà delle ramificazioni che svettano verso il cielo, è un ripercorrere un pezzo di storia di Trapani.

ph. Stefania Martinez