I FICHIDINDIA EREDITÀ DEI BORBONI

di Giacomo Pilati

La grande muraglia siciliana si inerpica per sentieri e strade di campagna. Lambisce case coloniche, divide proprietà, segna passaggi, delimita scarpate. Non si vede dalla luna, ma è il monumento naturale che caratterizza di più il nostro territorio. Centinaia di chilometri di filari di fichidindia si arrampicano sulle pietre e disegnano il cuore e i contorni dell’isola, una striscia verde punteggiata di frutti rossi, gialli e arancioni. Sono ovunque, nelle spianate assolate, sulle rupi, in mezzo a ulivi e viti, vicino al mare, fra templi greci e necropoli, nei giardini di monasteri e palazzi barocchi. Maturano così, senza tante cure, e resistono anche per diversi  decenni. Ma non tutti sono buoni allo stesso modo, quelli di strada per esempio hanno più buccia che polpa e una bassa percentuale di acqua. I più gustosi crescono a San Cono, un paesino fra Piazza Armerina e Caltagirone, e a Santa Margherita Belice, al confine fra le province di Trapani e Agrigento. Una produzione, oltre 300.000 quintali, che pone queste due porzioni di Sicilia (trecento ettari circa) al secondo posto nel mondo dopo il Messico. In Sicilia i fichidindia arrivarono con i Borbone che in principio li utilizzarono come piante ornamentali e barriere frangivento. Solo nella seconda metà del Settecento il frutto entrò ufficialmente nel mangiare dei contadini prima, e nelle cucine nobiliari dopo. Delle piante non si perdeva niente, le pale sostituivano il piatto nelle mense più povere, appena sbollentate diventavano foraggio per maiali e capre. Senza contare le innumerevoli proprietà mediche: dai fiori gialli raccolti in primavera si ricavava un decotto diuretico, rinfrescante, ricostituente, digestivo. Da meno di mezzo secolo alla coltivazione familiare s’è affiancata quella intensiva e il primato della Sicilia si è consolidato soprattutto fra i consumatori europei. Fra agosto e settembre maturano i frutti più piccoli, dai primi di ottobre alla fine di novembre quelli più grandi chiamati bastarduna. Sono il risultato di una seconda fioritura e del diradamento dei nuovi frutti. Coltivazione manuale e biologica, i fichidindia per affrontare il mercato vengono privati meccanicamente delle spine, operazione indispensabile per vendere i frutti fuori dall’isola. La varietà più diffusa è quella  gialla; la più richiesta dai  consumatori del nord è la rossa sanguigna, che a torto si crede più matura. Ricchi di acqua (80%), zuccheri, calcio, fosforo, vitamina C, zinco e manganese, i fichidindia hanno proprietà antiossidanti. Il loro cuore a dispetto della buccia spinosa e delle decine di semi, è dissetante e polposo.
E se proprio non si riesce a resistere alla tentazione di coglierne uno direttamente sulla pianta, è d’obbligo munirsi di un guanto o di un foglio di giornale. Al supermercato la scelta impone altre precauzioni, il frutto è fresco quando la  scorza è tesa, lucida e brillante.
Per sbucciarli il rito impone coltello e forchetta.
Si tagliano le due estremità, poi si pratica un taglio longitudinale e sollevata la buccia con la lama del coltello si srotola delicatamente dalla polpa.