IL CORALLO

Oro Rosso del Mediterraneo

di Stefania Martinez

Trapani e il corallo, una lunga storia d’amore. L’oro rosso del mediterraneo contribuì alla più diffusa forma di artigianato trapanese e la sua lavorazione divenne nei secoli un’arte celebrata in tutto il mondo. Il corallo non s’incontra per caso, ma va cercato, ed è per questo che i pescatori “corallai” si mettevano in mare alle prime luci dell’alba e con le loro imbarcazioni, i “ligudelli”, andavano a strappare dai fondali con lo ‘ngegnu, una struttura a croce con delle reti a strascico, i preziosi rami rossi. Il corallo, capolavoro della natura, veniva poi venduto ai “maestri corallari” che lo pulivano eliminando lo strato arancione, il “cenosarco”, con raschietti in ferro e pietra molare, lo tagliavano con la tenaglia e lo lavoravano con la lima e con la mola di pietra, fino a ridurlo in piccoli pezzi o sferette che venivano bucate con un piccolo trapano, il “fusellino”,  per poi trasformarsi in meravigliosi gioielli che venivano lucidati, per restituire al corallo il suo colore naturale. Gli scultori, invece, avevano il compito di lavorare i rami più grossi per creare, con il “bulino” e il “cesello”, piccole sculture di grande pregio artistico. È così che nasce la “scuola artigiana trapanese del corallo”. Mitologicamente, l’oro rosso, trae origine nel mare del sangue della “Gorgone Medusa” decapitata, così racconta Ovidio nelle “Metamorfosi”, e assume nel tempo virtù e significati sempre più complessi. Come ricorda Plinio il Vecchio “nasce negli abissi marini con l’aspetto di radice erborea contorta e ramificata; questa, una volta estratta dall’acqua, passa da una consistenza erbosa e molle allo stato solido come di una fronda pietrificata”. Tuttavia nonostante l’abilità degli artigiani che trasformavano il corallo in vera e pura bellezza, i rametti, verranno nel tempo paragonati all’intreccio dei vasi sanguigni del corpo umano e quindi sempre riconducibili al sangue. Infatti, antiche convinzioni mediche consideravano il corallo un amuleto per tenere lontane le malattie.
I laboratori dei “maestri corallari” tra il 400 e il 600 erano diffusi in tutta la città e il corallo, simbolo di Trapani che inizialmente era lavorato solo da pochi artigiani ebrei, divenne successivamente un’arte non più legata all’origine ebraica, la cui produzione comprendeva anche oggetti di culto cristiani: statuine di santi, Crocifissi, scrigni, reliquari, ostensori, monili, saliere, corone da rosario  e persino presepi che costituiscono la tipica produzione trapanese.
Il Museo Regionale Pepoli di Trapani, conserva, un’impareggiabile collezione di queste opere in corallo di artigiani trapanesi e napoletani databili tra il XVI al XVIII secolo; manufatti di uso sacro e profano provenienti da chiese e conventi del territorio ma anche da collezioni private. Il Museo, intitolato al suo fondatore, il conte Agostino Pepoli è ospitato all’interno di un trecentesco ex convento di Padri carmelitani, adiacente al Santuario della SS.ma Annunziata, dove è conservata e venerata la statua di marmo della “Madonna di Trapani”, opera attribuita a Nino Pisano.