LA NEBBIA ALL’IRTO MONTE…

IL FASCINO DI ERICE D’INVERNO
di Francesca Adragna

Il Monte San Giuliano, 751m sul livello del mare, è per i trapanesi un punto di riferimento tale d’aver meritato il venerato appellativo di U Munte (la montagna). Qualunque trapanese che, obbligato o meno, abbia lasciato questo ultimo lembo d’Italia, tornandovi si sente a casa solo quando vede spuntarne la sommità, con le sue pacchiane antenne ripetitrici visibilissime di giorno e con la sua fila di lucine da presepio la notte. Ciò che U Munte nasconde fino all’ultimo tornante, necessario a raggiungere la vetta, è Erice un piccolo borgo medioevale popolato di vecchie chiese e campanili, ove godere in estate di un’aria rigenerante. Quando la stagione s’incupisce con il sopraggiungere dell’inverno l’intero borgo è spesso avvolto tra spire bianche che si attorcigliano tra i merli delle sue torri, avviluppando l’intero villaggio in una morbida nebbia che non è solo quella che si solleva dalle zolle umide, ma anche l’effetto ovattato delle nuvole che si posano sulle cime degli alberi e sui tetti di ciaramire. La luce trova sempre il modo di filtrare tra una spira e l’altra della coltre lattiginosa e talvolta si apre un piccolo varco costruendo scenografie fiabesche. Erice, che è conosciuta come meta turistica estiva e come luogo d’incontro per simposi scientifici, acquista in inverno un’atmosfera incantata e i suoi tre ingressi in pietra, Porta Trapani, Porta Carmine e Porta Spada, si trasformano in varchi spazio-temporali attraversando i quali ogni visitatore inizia un percorso leggero e profondo tra salite ciottolate, vialetti tortuosi e stretti, tra pareti madide di muschi e profumate di mandorle e legna arsa, addentrandosi via via in una storia ogni volta diversa: la storia degli Elimi che la fondarono, dei militi Punici che vi si rifugiarono, dei seguaci del culto della dea Venere, dei trapanesi che scappavano dai bombardamenti della II Guerra Mondiale o dal terremoto del ’68, dell’ultimo manipolo di artigiani che vive lassù da sempre, della propria anima sperduta e ritrovata in un cortiletto con le balate innevate, coi muschi che soffocano i ciclamini, e liberano i profumi di un inverno magico.