La strada delle botteghe e del corallo

La via Corallai, nel centro storico di Trapani, offre, dal suo accesso su corso Vittorio Emanuele, un meraviglioso scorcio prospettico sulla cupola della chiesa e del complesso monumentale di San Francesco. Un punto di osservazione che merita una foto e che consente, nei pochi metri che vanno fino alla via Serisso, attraverso la via Custonaci, di leggere l’antico impianto urbanistico della zona, detta “di putieddri” (delle botteghelle) e osservare la tipologia costruttiva degli alloggi popolari: della gente di mare che viveva prospiciente l’area portuale e le scogliere fuori dalle mura. Vi sono ancora, in queste strade, compresa la via San Francesco, i “magaseni”, i vecchi magazzini, oggi divenuti garage, in cui i pescatori ricuciono le reti. La via Corallai rammenta, nel nome, gli splendori degli orafi e degli incisori di corallo che fecero di Trapani, tra il ‘400 ed il ‘600, una delle capitali mediterranee ed europee di quest’arte. Vi è, sempre nel centro storico, anche una via Argentieri. Va però specificato, per amore di verità storica, che a dispetto del nome non è nella via Corallai che operavano i maestri corallari e che laboratori erano diffusi in tutta la città. Il corallo, frutto del mare e del mito, è stato per secoli uno dei simboli di Trapani e considerato amuleto magico per tenere lontano le malattie. La lavorazione del corallo ha inizio nella prima metà del XV secolo, all’inizio praticata ad opera di pochi artigiani ebrei. Alla fine del Seicento contava numerose botteghe, non più legate all’origine ebraica dei titolari, la cui produzione comprendeva prevalentemente oggetti di culto, statuine di santi e Crocifissi, realizzati su supporti in rame dorato con incastri di sferette, baccelli mezzelune e ovuli, che nel loro complesso costituiscono la tipica produzione trapanese. È entrata nella leggenda la “montagna di corallo”: si dice sia stata l’opera più bella mai realizzata dai mastri corallari, composta da novanta figure che ripercorrevano la vita di Cristo e della Madonna.  Donata dal Vicerè di Sicilia al suo Sovrano Filippo II di Spagna, l’opera fu imbarcata su una nave che non arrivò mai in Spagna. La “Montagna di corallo” è, forse, ancora oggi conservata nelle profondità del mare. Una crisi nel 1800 ha travolto la pesca e la lavorazione del corallo. Tradizione ripresa agli inizi del novecento, quando con l’art decò il corallo entra a pieno titolo nella produzione dell’altissima gioielleria (Boucheron, Cartier e Van Cleef). Ancora negli anni 1979, 1980, 1981 operavano decine di barche che andavano “a corallo” alla riscoperta dei banchi che avevano reso famosa la città quattro secoli prima: il mare di tramontana, le pareti sommerse di San Vito lo Capo, gli scogli di Bonagia, le orlate del Banco Scherchi. Una irripetibile collezione di opere in corallo di artigiani trapanesi e napoletani databili tra il XVI al XVIII secolo, è conservata nel Museo Regionale Pepoli, ospitato in un complesso conventuale trecentesco fuori dalla città vecchia, facilmente raggiungibile anche con i mezzi pubblici.

di Fabio Pace