L’ORIGINE DELLE GRASTE

Storia d’amore e di sangue

di Paola Corso

L’arte ceramica risale al Neolitico quando si scoprì che l’impasto di argilla e acqua poteva essere modellato e cotto. In Sicilia abbiamo ritrovamenti di quel periodo, testimonianza di un’attività artistica florida che, ancora oggi, pur con tipologie diverse secondo le zone, continua a essere presente. Passeggiando per le vie di Erice, non si può non essere attratti dalla ceramica esposta: oggetti raffinati, decorati con elaborati disegni e con tenui colori pastello. Le tecniche di lavorazione risalgono al XV secolo, ma quest’antica tradizione fu interrotta e perduta nel XVI sec. Fu ripresa dopo quasi quattrocento anni, intorno al XX sec. È proprio questa “riscoperta” che fa acquistare valore alla ceramica ericina, dato che si volle mantenere l’autenticità della tradizione riprendendo le tecniche di lavorazione e di decorazione originarie. Negli ultimi anni giovani artisti propongono oggetti che sembrano discostarsi dalla tradizione, sia per le forme, sia per i colori. In realtà, partendo dalla tradizionale tecnica di lavorazione propongono reinterpretazioni personali e innovative; così che nella ceramica ericina troviamo uno stile unico e irripetibile; dato dalla sapienza della tradizione e dall’ispirazione personale. Tra gli oggetti più proposti, sul territorio siciliano ed anche a Erice, troviamo le Teste di Moro, note anche come “Graste”. Queste forme hanno origine in una leggenda, con protagonisti un giovane Moro e una bella fanciulla siciliana. Si narra che intorno all’anno 1000, nel pieno della dominazione araba in Sicilia, nel quartiere della Kalsa di Palermo viveva una bellissima e solitaria fanciulla che si dedicava alla cura delle piante del suo balcone. Fu notata da un giovane moro che, sopraffatto da travolgente passione, le dichiarò il suo amore. La ragazza, colpita da così ardito sentimento ricambiò, fin quando non scoprì che lui l’avrebbe lasciata per tornare in Oriente, dove l’attendevano moglie e i figli. Amareggiata, nella notte, mentre lui dormiva, lo colpì mortalmente e, affinché lui rimanesse per sempre con lei, gli tagliò la testa, creandone un vaso. Al suo interno pose un germoglio di basilico (simbolo di sovranità), lo mise in mostra sul balcone e se ne prese cura, innaffiandolo con le sue lacrime. La pianta crebbe rigogliosa e i vicini, pervasi dal gran profumo, rimasero affascinati dal basilico e dal particolare oggetto a forma di Testa di Moro; così fecero realizzare vasi in terracotta con le stesse fattezze. C’è un’altra versione: una fanciulla siciliana fu costretta a vivere un amore clandestino con un giovane arabo, perché lei era di nobili origini e lui un semplice straniero. Quando quest’amore impossibile venne scoperto, fu punito con la decapitazione di entrambi i giovani innamorati e, a monito, le loro teste vennero tramutate in vasi e poste su una balconata. Quale che sia la vera natura di questa storia, i protagonisti ancora oggi sono riproposti in vasi di ceramica a forma di testa e questi oggetti tanto diffusi in Sicilia, adornano balconi e salotti siciliani; tanto da essere uno dei simboli rappresentativi dell’isola. È per questo che i turisti acquistandoli portano con loro un po’ di “sicilianità”.