SPERIAMO CHE SIA FEMMINA

Elegia dell’arancinA, con la A

di Fabio Pace

Amiamo il personaggio del commissario Salvo Montalbano, rispettiamo la Sicilia letteraria di Andrea Camilleri, i cui scritti sono pregni di tenerezza e attaccamento per la nostra terra, ma per favore gli “arancini”, NO! Vogliamo immaginare che “Gli arancini di Montalbano” celebre titolo dello scrittore empedoclino, romano d’adozione, siano frutto di un’errata titolazione. L’arancina, la tipica sfera di riso, farcita di carne o di mozzarella e prosciutto, regina delle rosticcerie siciliane, è femmina, con la A. L’arancina è sintesi e rappresentazione gastronomica ideale del cibo da strada siciliano, e palermitano in particolare. L’abitudine del pasto fuori casa, veloce ma sostanzioso, è sedimentata nel granitico patrimonio culturale di noi siciliani. L’arancina, e con essa pane e panelle, cazzilli e mille altre specialità, appare come un involontario ma solido presidio contro le mode alimentari d’importazione. Involontario perché per la stragrande maggioranza dei siciliani questa resta l’unica maniera possibile di concepire il fast-food. In una qualsiasi rosticceria siciliana si ha la sensazione che hamburgher, patatine fritte, milk-shake et similia, abbiano più difficoltà che altrove a sottrarre clientela al mangiare tradizionale. Una delle spiegazioni per tale resistenza può essere rintracciata scavando nel passato dell’isola, fino ad arrivare all’epoca in cui questa era dominata dagli Arabi, popolo la cui cultura alimentare è da sempre orientata al cibo di strada. Leggenda narra che le arancine fossero il cibo preferito da Federico II, stupor mundi, quando, lasciata la reggia di Palermo, si recava nei territori di caccia. Le teneva nelle sue bisacce, per mangiarle senza neppure scendere da cavallo. Per l’Accademia della Crusca, il più prestigioso ed antico istituto di studi di lingua italiana, entrambe le forme, arancina e arancino, hanno radicamento nel dialetto e nella cultura siciliana, con una prevalenza dell’uso del vocabolo femminile nella Sicilia Occidentale e al maschile nella Sicilia Orientale. Oggi le arancine si possono acquistare anche in rosticcerie specializzate che attorno alla prelibata palla di riso hanno creato dei veri e propri brand: si trovano arancine alla salsiccia, ai pistacchi, allo spek, alla mortadella, ai carciofi, ai frutti di mare, ai peperoni, perfino arancine dolci (ma chi scrive si rifiuta di definire arancine queste ultime). La tradizione declina due tipi: ‘ca carni e abburro (al burro), tertium non datur. Ma sempre di arancinA si deve parlare. Davide Enia, attore e scrittore palermitano scrive: «battezzare con correttezza è gesto di umiltà di fronte all’eccezionalità del piatto, perché noi che le mangiamo le arancine, no, noi non vogliamo (soltanto) bene all’arancina, palla di sfera che si basta da sé. No. Noi CELEBRIAMO l’arancina, noi la veneriamo, lei e la sua tondità solare, sfera a carne o a burro, palla, piccola arancia, fìmmina. Il resto, non esiste il resto di fronte all’arancinA».

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