GLI ULTIMI GIORNI DI SELINUNTE

di Fabio Pace e Francesca Adragna

Vi raccontiamo una piccola ma importante parte della storia di Selinunte: la sua caduta nel 409 a.C. Lo facciamo con un racconto breve, una ricostruzione verosimile – i nostri Metrodora e Vasianos sono frutto di fantasia – ma nel rispetto rigoroso delle cronache e degli storici dell’epoca. 

Ancora la guerra su queste morbide terre, solcate da piccole valli, da dolci e fruscianti corsi d’acqua. Ancora una guerra per dimostrare chi è il più forte, il più potente, per legittimare il comando. Dopo 150 anni ancora Selinunte e Segesta si avversano tra le colline, distruggendo le città, saccheggiando i loro templi; dopo 150 anni Cartagine e Segesta urlano vendetta su Selinunte, piombando con feroce attacco sulle rive, penetrando silenti tra le dune di sabbia, sorprendendo la città, interrompendo l’alacre attività di un popolo che innalzava il suo tempio a Zeus: scavava nella pietra, stondava e solcava le colonne da elevare al cielo. Già superate le mura della città, gli oltre 5000 cartaginesi guidati da Annibale Magone, riuscirono ad avere la meglio su Selinunte massacrando un gran numero tra i soldati di vedetta e tra quelli che si mossero immediatamente in difesa del loro popolo.
Selinunte resistette all’attacco, con tutte le sue forze: ogni uomo, ogni contadino, ogni artigiano fu richiamato alle armi interrompendo improvvisamente ogni altra attività, abbandonando casa e famiglia, ma dopo 150 anni di pace nessuno era davvero pronto e, dopo 9 giorni, avendo visto cadere 16.000 dei propri uomini ed altri 5000 mila catturati e fatti schiavi, si arrese. Non più di 2000 le anime sopravvissute che cercarono rifugio nella città alleata di Agrigento. Attraversarono il fiume Selinos sperando che da Agrigento giungessero loro incontro i soccorsi, un’armata che li proteggesse che li difendesse mentre fuggivano. Non giunse nessuno, nessuno alleviò la loro paura, la loro sofferenza e stanchezza. Dopo il terrore, dopo il dolore della perdita di tanti tra i loro cari, vagavano soli tra le campagne sperando che un segno, una luce, l’intervento di una divinità accorciasse il loro cammino. Nel contempo, il popolo di Agrigento, era infatti impegnato a difendere Eraclea Minoa, la colonia di Selinunte più prossima alla città.
Metrodora era riuscita a sfuggire al peggio insieme al fratello Cleandro, ma non poteva darsi pace, resisteva solo grazie alla speranza di ritrovare ad Agrigento anche suo marito Vasianos.
Si guardava intorno quando tutto fu finito: cenere e polvere, usci divelti, rovine ovunque era già rovinato persino il tempio nuovo, il tempio della speranza e della fiducia. Raccolte le uniche cose che riuscì a recuperare dalla sua casa distrutta e saccheggiata, si diresse lì a quello che sarebbe stato il tempio dedicato a Zeus. Volle passare da lì prima di lasciare la sua amata Selinunte. Lì dove stavano costruendo l’immenso splendore di luci dorate per Zeus, dove era certa il suo popolo avrebbe ritrovato la forza per risorgere.
Metrodora era certa che se Vasianos fosse riuscito a salvarsi, che se era nascosto da qualche parte, che se avesse potuto fuggire alla prigionia, se Vasianos era ancora vivo e doveva esser vivo perché lei sentiva ancora il suo amore, il suo cuore ardere per lei, anche lui, anche Vasianos avrebbe ritrovato la speranza nel tempio. Sì, ne era certa: Vasianos passerà di qui.
Osservò, Metrodora, osservò attentamente quel che restava di quel fiero monumento che non aveva ancora coronato il suo soffitto. Scandagliò ogni posto, ogni angolo, ogni fessura tra le pietre del colonnato per individuare il punto esatto in cui anche Vasianos avrebbe posato i suoi occhi addolorati ed impauriti, sperduti e speranzosi. Voleva lasciare per lui un segno, qualcosa che gli desse la forza per continuare, per non disperare. Qualcosa che gli facesse capire che lei era ancora viva, che si sarebbero ritrovati ed avrebbero ricominciato tutto ancora una volta, ancora insieme.

“Vasianos marito mio,
sii forte. Io sono riuscita a salvarmi e in qualche modo insieme agli altri che son restati, cercheremo di raggiungere Agrigento. Ti prego amore mio, come ho pregato Zeus, salvati! Riprendi le tue forze e raggiungimi lì. Ti aspetterò e quando arriverai cancelleremo queste brutture, dimenticheremo questa devastazione e ricostruiremo la nostra amata Selinus. Riavremo quel che abbiamo perduto, lo faremo insieme. La vita tornerà a scorrere sulle nostre vie, tra le nostre botteghe di ricchi tessuti, nella nostra vivace agorà. I sacerdoti veglieranno su di noi, ci guideranno. Il nostro tempio risorgerà ancora.
Ti aspetto Vasianos, ritorna da me amore mio, vivi e rivivrà Selinus”.

Queste parole scrisse, con la sua grafia incerta, di fanciulla impaurita e sola. Arrotolò il suo papiro e lo nascose tra le pietre del pavimento della cella di Zeus. Certamente Vasianos lo avrebbe trovato, anche lui avrebbe cercato il luogo in cui gli occhi dorati di Metrodora si fossero posati prima di lasciare la loro amata città.
Era talmente certa che lui l’avrebbe trovato, talmente convinta che si sarebbero rivisti, che prima di lasciare il tempio le venne anche voglia di danzare. Improvvisò dei passi, sollevò mollemente le sue braccia graziose ed aggraziate, sentì scorrere ancora la sua giovane età su ogni centimetro della pelle, mentre si levava una leggera brezza che le carezzava le vesti e le solleticava i lunghi capelli color del bronzo. Il sole stava tramontando, scivolando giù lentamente e poi sarebbe sparito d’un tratto, lasciando solo un penetrante raggio verde tra l’oro delle campagne. Doveva proprio andar via, lasciare il tempio e raggiungere quei pochi che come lei erano sopravvissuti a quei disastrosi 9 giorni. Nove giorni per annientare una città con la sua gente, la loro storia, la loro preziosissima arte. Chissà quanti giorni avrebbe impiegato Vasianos per liberarsi e raggiungerla!
Metrodora uscì dal tempio col cuore colmo di fiducia, rinvigorita già solo all’idea di rivedere presto suo marito, sicura che i loro occhi si sarebbero incontrati su quelle pietre, sul pavimento della cella di Zeus.

Un ringraziamento a:
Arch. Bernardo Agrò
Direttore del Parco Archeologico di Selinente

Foto: Piero Lazzari
Hair Style: Salvo Sansica
Make Up: Elena Chiarelli
Modella: Francesca Zanetti