IL LIBERTY A TRAPANI

TRACCE DI BELLA EPOQUE

di Roberto Manuguerra

Il Liberty ebbe vita breve. La sua data di nascita è sancita nel 1893 con la casa Tassel di Victor Horta, a Bruxelles. Si affermò in Europa, con differenti denominazioni: Art Nouveau, Jugendstill, Secessione, Modernismo, Liberty o Floreale. La sua conclusione è indefinita, sfumata come le cose che passano di moda e non si usano più. L’art Nouveau si propose come cultura raffinata “aperta”, come “un’avventura artistica internazionale tra rivoluzione e reazione, tra cosmopolitismo e provincia, tra costante ed effimero, tra sublime e stravagante” (cit. Lara Vinca Masini, studiosa del Liberty). Queste prerogative hanno creato un ambito elitario di fruizione consentendo l’uso dei nuovi linguaggi prevalentemente alle classi privilegiate che in maniera esclusiva hanno aderito al nuovo lessico diventando esse stesse committenti del Liberty, in linea con gli stili di vita già definiti dalla Belle Époque. La diffusione non fu capillare ma appannaggio delle aree “territoriali” più sviluppate, quelle, cioè, che possedevano un’economia industriale capace di sostenere i costi ma, soprattutto, utilizzava l’aspetto autoreferenziale della moda imperante. Trapani, a fine ’800, era un’attendibile interprete nell’economia industriale e mercantile della Sicilia occidentale, rappresentata da una classe dirigente che amava le avanguardie, ma era anche sollecitata da modelli elitari, esclusivi e aristocratici, e negli anni della trasformazione urbanistica post unitaria e del conseguente rinnovamento edilizio, costruì le proprie nuove dimore, gli chalet e le ville di campagna utilizzando i canoni rappresentativi dell’Art Nouveau. Edifici di efficace effetto, “usciti” in prevalenza dalle matite di pochi professionisti sensibili alle nuove suggestioni del mercato. A esordire in questa avventura architettonica è l’ingegner Giuseppe Manzo col villino e la cappella dell’On. Nunzio Nasi, sull’omonimo scoglio (1898-1899), cui seguono il prospetto di casa Agueci, in Via San Michele (1907) e il prospetto di casa Occhipinti in via Ammiraglio Staiti (1912). Quella di Alberto La Barbera in Via Osorio, fu invece la prima casa liberty di Francesco La Grassa autore anche, qualche mese dopo, del disegno della “Casa Verde” dei fratelli Ferrante di Via Vespri. Progettista raffinato, allievo di Ernesto Basile, teorico dell’architettura, architetto e urbanista, La Grassa è stato il più prolifico dei progettisti trapanesi, protagonista della parabola liberty autoctona, che ha percorso interamente da alcune più timide produzioni (casa Brigiano di via Rocco Solina, casa del Notaio Triolo in via Fardella) fino ai più famosi progetti dello Chalet Fiorino (la Casina delle Palme) del 1920, casa Montalto (1924) e Palazzo delle Poste, inaugurato nel 1927; oltre, le recondite Villa Laura D’Alì (ora in rovina sulla via Villa Rosina), la splendida Villa Ricevuto che si erge ancora sulla rocca dell’Argenteria e Villa Platamone (già villa Barresi) sull’anonima via Antonio Amaro.
Tra questi progetti s’inseriscono alcune eleganti realizzazioni di edilizia funeraria (Cappella Lonero, Cappella Lombardo), di chioschi, mostre, inferriate e decorazioni murarie, opere di “maestri d’arte” che hanno riempito di suggestioni le facciate degli edifici trapanesi, quando la traccia lasciata dall’esecutore veniva considerata un valore aggiunto che marchiava eternamente l’opera edilizia.