L’ARTE DELLA TESSITURA DEI TAPPETI ERICINI

di Martina Palermo

“Finché il giorno splendea, tessea la tela superba, e poi la distessea la notte”. Nell’immaginario che affiora dall’Odissea omerica, appare Penelope in attesa dell’amato Ulisse. Mito e tradizione, intessuti tra passato e presente, “ricamati” sulla montagna di Erice, a partire dalla quale (secondo il libro “L’Odissea rivelata” scritto dal colonnello di artiglieria trapanese Vincenzo Barrabini) ebbe inizio il viaggio dell’eroe dal multiforme ingegno. C’è un rituale sacro nell’arte della tessitoria, condensato nel rispetto della lentezza. Basta soffermarsi sul minuzioso lavoro svolto dai tessitori di tappeti ericini, per comprendere l’accuratezza richiesta dall’utilizzo di una tecnica antica, oggi preservata e tramandata da due soli artigiani che vantano una solida tradizione familiare. Si tratta di Francesca Vario e Sergio La Sala, entrambi con bottega in Erice. Tra i due, stupisce veder praticata da un giovane di 26 anni quest’attività di discendenza matriarcale. La lavorazione dei tappeti ericini, consta di un gioco di mani lente e pazienti. La tessitura si svolge su antichi telai due licci. La pratica consiste nell’intrecciare due gruppi di fili all’interno dei quali viene inserita una fettuccia di cotone che costituisce la trama del tappeto. “Da sei anni – spiega Sergio – produco tappeti in una bottega artigianale. Ma già mia zia e mia cugina si dilettavano nella produzione dei tappeti. Ad Erice all’interno di ogni cortile, quasi ogni famiglia, possedeva un telaio. L’intento originario era quello di riciclare gli scarti tessili casalinghi per dargli nuova forma e utilità. Le vecchie stoffe dismesse si tagliavano a striscioline; raggiunta una certa quantità, veniva messo in funzione il telaio per la tessitura di tappeti, originariamente lisci e senza raffigurazione”. L’intento decorativo, per cui le donne solevano tappezzare i pavimenti delle proprie abitazioni di tappeti, non era quello primario; la funzione principale era di trattenere il calore ed evitarne la dispersione durante i rigidi inverni ericini. Il susseguirsi di forme geometriche e la staticità delle immagini derivano dal fatto che il telaio a due licci non consente grandi movimentazione. I cromatismi vengono creati tramite l’inserimento di fettucce di colore diversi, i fili bianchi che costituiscono la frangia finale sono denominati ordito. Il tappeto ha in origine, fondo scuro per questo si suole accostare al bianco del “dentino” (ovvero del contorno frastagliato e irregolare del disegno) una parte centrale dal colore sgargiante, per creare un netto contrasto. Oggi il riciclo dei tessuti delle industrie tessili è l’unico modo dei tessitori ericini di lavorare stoffe colorate. “Nel mio caso – spiega La Sala – l’approvvigionamento avviene tramite un’azienda del Nord, che si occupa di raccolta tessile e raffinazione”. La Sala maneggia le sue stoffe con l’abilità di chi, nell’atto di tessere, riesuma di volta in volta, il legame arcaico tra lentezza e memoria. Plasma con le sue mani tappeti da umili tessuti che trasudano di tradizione e innovazione, usando a fasi alterne di lavorazione “la lente del passato e quella del futuro”.