Nei proverbi antichi il carattere dei siciliani

Resilienza sicula
di Vincenzo Scontrino

I modi di dire dialettali caratterizzano l’essenza di un popolo, ne segnano la storia, ne marcano le tradizioni, appartengono alle radici, ne tramandano l’essenza più intima, lastricano il terreno su cui cammina. È il filo che lega e collega passato e presente, e la sua continuità indica il carattere di un popolo. In Sicilia i brocardi, i proverbi, i modi di dire sono migliaia, e stanno lì a dimostrare una ricchezza che non è solo da ricercare nell’arte tangibile, visibile agli occhi, ma anche nella profondità del linguaggio, nella capacità di esprimere in poche parole concetti molto più ampi, piccoli sunti che traggono linfa dalla saggezza popolare e che dimostrano l’ampiezza filosofica che contraddistingue l’animo dei siciliani, tratteggiandone l’essenza. Uno dei temi conduttori dei proverbi siciliani, condiviso peraltro da tutte le culture popolari del Sud dell’Italia, è senz’altro l’incertezza su ciò che riserva la vita, nel suo divenire e nella sua quotidianità. In tale direzione possiamo offrire diversi esempi, ma l’alfiere è, e rimane, il sempreverde “calati juncu chi passa la china”, cioè giunco piegati che sta passando la piena. Denso di grande partecipazione filosofica, poiché invita il giunco, pianta flessibile per eccellenza, metafora dell’uomo in questo caso, a piegarsi affinché l’evento atmosferico non lo colga impreparato, spezzandolo. Calarsi è il precetto che dà il proverbio, movimento necessario per attutire i danni che la piena, cioè gli eventi negativi che possono fare la loro comparsa nella vita dell’uomo, può arrecare. E calarsi non è da intendersi sotto un’accezione negativa, ma è piuttosto connotato di dolcezza e compatimento, è accettare una forza maggiore a cui non si può resistere e contro cui non ci si può opporre, pena danni irreversibili. Sulla stessa linea di pensiero abbiamo “lassau rittu la povera nanna”, lu risu cu li guai vannu a vicenna, cioè la nonna defunta ha lasciato in eredità un detto, la felicità si alterna sempre con i guai. Come si può facilmente notare, anche questo detto marca la presenza degli eventi negativi che inesorabilmente fanno il loro ingresso nella vita di chiunque. Non sarà il pessimismo leopardiano, ma restando in tema felino, e siculo, con nuova definizione, lo chiameremo il pessimismo gattopardesco! Infine, per rammentare che non bisogna spettegolare, i nostri avi ammoniscono: “ri chiddu chi viri, pocu ni criri; ri chiddu chi senti, nun cririri nenti”. Cioè non essere certo di ciò che hai veduto con i tuoi stessi occhi, quindi mai dare ascolto ai fatti raccontati. Se si vuole, questo proverbio può essere inteso come la madre della celeberrima frase “niente vitti e nenti sentii”. Entrambi detti popolari che invitano a curarsi dei propri fatti, regola aurea per avere una vita tranquilla. E, al proposito, non vorrei che questo articolo abbia già svelato troppi segreti dell’animo dei siciliani, quindi, seguendo il consiglio dei padri, qui mi fermo e non vado oltre, non si sa mai. “Baciamo le mani”!