SAN VITO LO CAPO. ‘A GGHIOTTA DI PISCI E STORIE DI MARE

MEMORIE DAL PASSATO
di Antonella Poma

L’economia dei primi abitanti di San Vito Lo capo era basata sul lavoro agricolo, una terra aspra, ma fertile che fu lavorata da contadini e transitata da pastori. I primi ad arrivare in questo territorio furono i contadini di Erice e solo dopo parecchi anni, attratti dalla pescosità del mare, giunsero dalle coste limitrofe anche i pescatori che allestirono negli anni una piccola flotta, quasi tutta composta da piccole barche, dedita alla pesca costiera. Anticamente si portava a terra e si consumava ogni tipo di pesce poiché la fauna ittica era ricca e variegata. Le barche, dopo le “calate” notturne, facevano ritorno al mattino e le reti da smagliare venivano ripulite dal pesce mozzato rimasto incagliato, mangiucchiato da polpi o calamari o spezzato durante la risalita delle reti. I muzzuna, così si chiamava il pesce mozzato, erano impareggiabili poiché le carni scoperte, rimanendo in acqua, si marinavano leggermente diventando più saporite. Dopo il commercio, i pesci piccoli invenduti e quelli mangiucchiati, venivano consegnati alle donne.
Mogli, zie e nonne si industriavano per rendere appetibile con pochi e modesti ingredienti il pescato invenduto, elaborando ricette povere, ma ricche di gusto. Una di queste è la ghiotta di pesce, zuppa tipica trapanese preparata con vari tipi di pesce, soprattutto boghe, tracine, fagiani, pagelli, perchie, scorfani neri e rossi, sareddi (il pesce sauro).
La ghiotta si preparava soffriggendo aglio pestato nel mortaio e cipolla in olio, si aggiungeva il pomodoro, si faceva restringere e poi si aggiungeva l’acqua. Al primo bollore si inserivano i pesci facendoli cuocere per qualche minuto. Il brodo della ghiotta filtrato, serviva anche per “abbivirare” il cùscusu, piatto delle giornate di festa. Nella ghiotta privata dei pesci si poteva anche calare la pasta (spaghetto rotto o semi di mela). Marianna Randazzo ha vissuto in una famiglia di pescatori sanvitesi, suo nonno andava per mare, poi il padre e anche lo zio. Li ricorda dandoci uno spaccato della vita quotidiana dei pescatori. «Mio nonno, pescatore di polpi, aveva una piccola barchetta. Praticava la pesca con lo specchio. Steso di pancia a poppa, metteva la testa in un contenitore cilindrico con un vetro sul fondo da cui poteva scrutare il fondale per arpionare i polpi.  Il nonno in barca non poteva cucinare e portava “u pacco”, un involto di vivande che generalmente consisteva in pane, formaggio, pomodoro e cipolla».
«Mio padre Carlo con i fratelli Salvatore e Andrea – continua il racconto della nostra testimone – al ritorno dalla guerra comprarono uno schifazzo (imbarcazione a vela tipica del trapanese usata anche per il trasporto delle merci). Dapprima lo utilizzarono per trasportare tufi, sale, frumento o pietrisco, poi la barca fu adattata a motore e fu utilizzata per pescare».
Quella modifica fu importante?
«Sì. La stazza della barca permise loro di allontanarsi dalla costa giungere in una zona di pesca nel Canale di Sicilia (tra Lampedusa e Pantelleria) chiamata “ai banchi”. Stavano in mare anche 10, 15 giorni e cucinavano a bordo: la ghiotta, che veniva preparata quasi ogni sera, ma anche zuppe di legumi secchi, che si potevano facilmente trasportare. Nella ghiotta di pesce finivano soprattutto i “muzzuna”. Spesso, prima della partenza, si recavano a Trapani o a Castellammare dove alcuni fornai  preparavano le gallette, focaccine di pane secco dalla forma circolare, di circa 20 cm di diametro e spesse circa tre dita. A bordo portavano l’acqua dolce nei bummuli di terracotta».  I pescatori andando per mare, lontano dall’universo femminile, spesso si trasformavano in cuochi, cucinando durante le battute di pesca, diventando detentori di memoria storica e gettando le basi della nostra gastronomia marinara. I pesci per la ghiotta si pulivano e si sghiddavano (deliscavano) direttamente in mare. La ghiotta era la pietanza più consumata dai pescatori, i più fortunati in possesso di un cucinino la preparavano a bordo, altri improvvisavano un fuoco al riparo in qualche caletta. Era loro costume portare con sè del pane secco: “le gallette di pane” non mancavano mai in cambusa, finivano nel brodo della ghiotta, liberato dai pesci, mentre quest’ultimi erano posti nella scodella comune da dove attingevano tutti.  Quando la pesca era “a cianciolo”, il cui bottino era sostanzialmente pesce azzurro (sgombri, boghe, sarde), la ghiotta diventava bianca, senza pomodoro, e con prezzemolo. Quando la miseria imperversava e la dispensa era vuota, la pasta si preparava “cu i pisci a mare” (con il pesce a mare), modo simpatico per indicare che il brodo della ghiotta era ottenuto senza il pesce, allungando con acqua il solo soffritto di aglio, cipolla e pomodoro.
Il pescato dove veniva venduto?
«Direttamente in porto, in genere a commercianti palermitani. Se rimanevano pesci venivano portati a casa e venduti davanti la porta, sistemati in cassette di legno e posti in una ghiaccera, una sorta di scaffale di cemento a scomparti. Le cassette di pesce si alternavano al ghiaccio proveniente dalla fabbrica di ghiaccio di Trapani».
Suo nonno e suo padre furono protagonisti di salvataggi in mare…
I pescatori della mia famiglia, abili uomini di mare, più volte salvarono altre persone. La casa che fu di mio nonno e poi di mio padre era tra le più vicine alla spiaggia e capitò, più d’una volta, un naufragio nella baia di San Vito. Mio nonno allora legava una corda all’addome di mio padre e di mio zio ancora ragazzini e li “buttava” letteralmente in mare incurante del pericolo. La corda veniva tenuta stretta a riva da mio nonno e suo fratello. I figli a nuoto raggiungevano i naufraghi e, una volta recuperati, con un grido segnalavano a mio nonno e al fratello che potevano ritirare le corde. Così salvarono sette persone da un naufragio, nel 1937. Sarebbero senz’altro riusciti a salvare anche il mozzo e il capitano, ma quest’ultimo si rifiutò di lasciare la nave e, a sua volta, il mozzo non volle scendere senza il suo capitano, per cui morirono entrambi inesorabilmente. Una decina di anni fa, durante la manifestazione “Tempu ri capuna” fui rintracciata da una famiglia di Torre del Greco che volle ringraziarmi perché i miei familiari avevano tratto in salvo dei loro parenti durante il naufragio del 1937. È facile intuire quanta emozione e orgoglio abbia provato nel ritrovare quelle persone e nel ricordare quella vicenda. Quando si pensa al mare di San Vito, si immaginano vacanze, sole, relax, ed in effetti è così, ma per me “mare” significa anche prudenza, preoccupazione lavoro e sacrificio.