I giardini ipogei di Favignana

I giardini ipogei di Favignana sono ferite nella terra, provocate dall’uomo e dall’uomo curate.
Per secoli cave dalle quali sono state estratte pietre e tufi preziosi, che ancor oggi ritroviamo negli antichi palazzi di Trapani, Marsala e di gran parte della Sicilia nord occidentale.
Da alcuni anni i giardini ipogei sono splendide oasi di verde e di piante, di alberi da frutto, di fiori e di profumi delicati. Alla durezza dello scavo nella roccia s’è sostituita la cura amorevole.
Queste serre naturali, dove le pareti di pietra dorata riverberano il calore e la luce del sole, si osservano in molte zone dell'isola. I giardini ipogei più noti, ed anche i più vasti, oltre 40 mila metri quadrati, sono quelli di Maria Gabriella Campo, all’interno del residence Villa Margherita, in zona Bue Marino. Forse l’area meno edificata dell’isola, più autentica, dove ancora si intrecciano le vecchie trazzere che percorrevano i carri diretti alle cave.

La signora Campo li ha battezzati “Giardini dell’impossibile” perché, come lei stessa racconta «quando iniziai più di 30 anni fa, tutti mi dicevano che era impossibile fare crescere piante e alberi dentro le cave e che il mio lavoro era inutile».
Invece la caparbietà di una donna e l’indecifrabile forza della natura che ha voluto riappropriarsi delle antiche cave hanno generato ambienti unici e particolari.
Dentro i giardini ipogei di Villa Margherita ci sono più di duecento specie vegetali.
Piante normalissime ma anche essenze preziose e perfino uno stagno con piante acquatiche.
«Ogni pianta ha una sua storia, è legata ad un momento particolare della mia vita. - racconta la signora Campo - Ogni scelta è stata fatta a buon motivo. Talvolta anche in base alla disponibilità economica ma sempre, dietro ad ogni pianta, c’è una mia emozione, un ricordo»

I giardini ipogei sono stati iscritti nel Registro delle Eredità Immateriali delle isole Egadi, una sorta di certificazione sulla unicità del luogo e della cultura che esso conserva. Non bisogna dimenticare, passeggiando nel verde e tra i fiori, che ogni pietra, ogni parete, ogni gradino rudimentale ed ogni ambiente scavato nella roccia, ogni torre di tufo, ogni modificazione del terreno è frutto del duro lavoro dei “pirriaturi”, i cavatori. Oggi paradiso, ieri inferno. Oggi luogo di sintonia con la natura, ieri luogo di lavoro, sudore e sofferenza fisica. Queste aspre contraddizioni si leggono nei giardini ipogei e entrano nell’anima.

La visita (a pagamento e per gruppi) è accompagnata dalle spiegazioni di Ancilla Finazzi, insegnante bresciana che per amore di questa terra s’è trasformata in una guida d’eccezione per raccontare i ritmi del lavoro in cava, estrazione a cielo aperto o sotterranea con gallerie e pilastri. Appare incredibile, scorrendo l’album fotografico posto in visione ai visitatori, come i Giardini dell’Impossibile fossero sepolti sotto una vera e propria discarica e come siano stati portati alla luce senza alcun “progetto” per realizzare ciò che sono oggi. Semplicemente, con molto amore Maria Gabriella Campo ha messo ordine dove regnava il caos e l’incuria.

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